Tra i piatti tipici veneti il tipo di pasta che domina sono i bigoli, una pasta lunga originale per la sua ruvidità. Una superfice ruvida permette di trattenere e catturare i sapori dei condimenti rendendo il sapore del bigolo unico e caratteristico. Abbinati al radicchio rosso, fatto appassire in padella, assorbono tutto il sugo che il radicchio rilascia, se uniti poi a della salsiccia ne sprigionano un emozione sensoriale.

Mercoledì 30 gennaio siamo stati invitati a Casaleone (VR) per una serata a tema all’insegna del gusto e durante questa serata abbiamo incontrato parecchie piacevoli sorprese. Gusto ed emozioni sensoriali create da piatti appetitosi serviti per la serata.

Un ottimo connubbio di sapori nasce dai bigoli con radicchio rosso e salsiccia, dove il sugo era ben penetrato nella pasta del bigolo tanto da sembrare essere stato inserito nella mescolanza stessa. Il gusto tipico di questo spaghettone che ha come caratteristica un impasto grosso, risaltava ad ogni boccone, deliziosamente amalgamato al sapore del radicchio e della salsiccia creando, una sapidità* gradevole ed affascinante. Un sugo ben equilibrato, l’acqua rilasciata dal radicchio e la parte grassa rilasciata dalla salsiccia andavano a formare un armonioso aroma che hanno reso giustizia a questa pasta veneta, nata per esaltare i sapori.

*sàpido agg. – Che ha sapore, che è ricco di gusto

“I Bigoli, la storia”

I Bigoli sono una pasta lunga, fatta di grano tenero-acqua-sale, di origine veneta ma diffusi anche nella Lombardia Orientale. La principale caratteristica di questo grosso spaghetto è la ruvidità, che le consente di trattenere sughi e condimenti. Questo è un prodotto di origine contadina in uso fin dai tempi della Serenissima Repubblica di Venezia. 
La leggenda vuole che nel 1604 un pastaio di Padova, detto “Abbondanza”, venne autorizzato dall’allora Consiglio del Comune a godere del brevetto di un macchinario di sua invenzione. Il signor Abbondanza riuscì a produrre diversi tipi di pasta lunga, ma la predilezione dei clienti cadde su una sorta di spaghettoni ruvidi poi battezzati “bigoli”. Il nome, sembra ricollegato alla forma, deriverebbe probabilmente dal termine dialettale “bigàt” (bruco), o dal latino “bombyx” (baco).
Da fine ‘800 nelle famiglie del nord-est dell’Italia si diffuse un marchingegno utile a fare la pasta lunga senza uova: il “bigolaro”. Questo semplice strumento veniva fissato al tavolo e al suo interno era fatto passare l’impasto che attraversava una trafila ruvida. Appena fatti, i bigoli erano messi ad essiccare a cavallo di bastoni sospesi fra due sedie. Le massaie preparavano in genere abbondanti quantitativi utili per tutta la settimana. Oggi esistono alcune varianti, come ad esempio quella scura con farina di grano saraceno e uovo.
I bigoli tradizionali sono conditi con ragù di carne o di frattaglie d’anatra, ma diventano piatto di magro d’eccellenza in abbinamento alla salsa d’acciughe o al sugo di alborelle.