Pandemia, Coronavirus, Covid-19, emergenza sanitaria sono alcune tra le parole che riecheggiano in questi giorni tra stampa, tivù e web.  Eppure l’Italia come l’Europa e altre parti del mondo non sono nuove alle epidemie. Tra le tante di cui si ha testimonianza, quella di cento anni fa: la “spagnola”. Nel febbraio del 1918, ultimo anno della Grande Guerra, l’Agenzia di stampa spagnola FABRA trasmetteva: «Una strana forma di malattia a carattere epidemico è comparsa a Madrid … L’epidemia è di carattere benigno non essendo risultati casi mortali». Il resto della stampa europea soggetta in buona parte alla censura di guerra, però scriveva solo degli sviluppi della malattia nel paese iberico. Per questo la nuova malattia epidemica fu chiamata «spagnola». Nello stato iberico fu colpito anche il re Alfonso XIII che comunque superò la malattia e sarebbe vissuto fino al 1941. Dal canto loro, gli spagnoli pensarono invece che la malattia arrivasse dalla Francia e la chiamarono influenza francese.

Il virus del 1918 uccise soprattutto giovani tra i 18 e i 40 anni. Questo, insieme al fatto che i focolai si svilupparono soprattutto in ambienti militari, diede spazio ad alcune tesi complottiste. Identificata per la prima volta in Kansas nel 1918, la spagnola era causata da un ceppo virale H1N1. I sintomi della spagnola erano tosse, dolore generale, vertigine, febbre alta; successivamente i polmoni cominciavano a riempirsi di sangue e la morte poteva arrivare in pochissimi giorni. Il responsabile era il virus RNA H1N1: le sue caratteristiche erano in grado di suscitare un’abnorme reazione del sistema immunitario che non proteggeva più l’organismo, ma addirittura partecipava al danno anatomico.

Nel 1918 la popolazione anziana risultò meno attaccata dal virus, probabilmente perché aveva conosciuto epidemie precedenti da altri virus di tipo H1N1 meno letali ed era protetta da anticorpi contro queste due proteine; i giovani invece non lo erano e divennero la fascia più vulnerabile. Dopo la spagnola si è assistito ad altre tre pandemie influenzali, benché meno violente di quella del 1918: l’asiatica del 1957, la Hong Kong del 1968 e la suina del 2009.

La prima precauzione scelta dalle amministrazioni fu quella di ordinare immediatamente la quarantena. Il virus contagiò mezzo miliardo di persone uccidendone almeno 25 milioni, anche se alcune stime parlano di 50-100 milioni di morti. Si calcola che morì dal 3 al 6% della popolazione mondiale. L’unica grande nazione capace di organizzare un vero contenimento del virus fu l’Australia, aiutata dai grandi spazi oceanici e da una politica oculata. L’unico errore fu che gli australiani rinunciarono all’isolamento troppo presto. Un errore da 12mila morti (comunque poca cosa rispetto ad altre nazioni).

E c’era chi consigliava come cura il tabacco da fiuto, chi impacchi di aceto bollente o il latte bollente. Poi la fantasia di medici e farmacisti si sbizzarrì: un medico francese consigliava ai malati di bere molto vino rosso sino a che il berretto appeso al pomello della porta non fosse apparso sdoppiato. E poi naturalmente maschere per coprire naso e bocca. I municipi consigliavano di non prestare libri, non andare dal barbiere, evitare la stretta di mano. Le prime terapie utilizzavano il Fenazone per abbassare la temperatura, la tintura di Noce vomica per stimolare il sistema nervoso ed estratti dalla pianta Digitale per sostenere il cuore.

Lo scrittore e giornalista di Vittorio Veneto, Tito Spagnol, allora inviato speciale del “Giornale Nuovo” di Firenze, fu caustico circa le cure in voga: «Quattro pastiglie di chinino e un po’ di paglia per morirvi sopra».

In Italia Milano fu la città più colpita: a fine 1918 in venti settimane oltre 5500 vittime. E Venezia? la festa del Redentor celebrata la terza domenica di luglio di ogni anno ricorda la fine della pestilenza, durata due anni dal 1575 al 1577, che provocò la morte di più di un terzo della popolazione della città, e l’edificazione per ordine del Senato veneziano  della Chiesa del Redentore quale ex voto per la liberazione dal flagello. E anche la Festa della Salute, il 21 novembre, è una festa religiosa legata al ricordo della fine di un’altra pestilenza, quella del 1630, ricordata anche dal Manzoni nel suo noto romanzo “I promessi sposi”.

In Europa scomparvero personaggi illustri come il pittore solo ventottenne Egon Schiele, il filosofo Max Weber, di 56 anni, contagiato con ogni probabilità quando era stato tra i delegati della Germania a Versailles, l’autore del Cyrano de Bergerac, Edmond Rostand. Negli Usa Ernest Hemingway, sopravvissuto alla prova della Grande Guerra nella Croce Rossa Internazionale e che era stato ferito dagli austriaci proprio a Fossalta, in provincia di Venezia. E ancora si ammalarono John Dos Passos e David Herbert Lawrence. A Londra fu colpito Ezra Pound. A Sigmund Freud morì di spagnola la figlia Sophie. Franz Kafka raccontò d’aver contratto la malattia «da suddito della monarchia asburgica» e d’esserne poi riemerso «da cittadino della democrazia ceca» (considerò l’accaduto «un po’ comico»). avevano sognato».

A Venezia i quotidiani scrivevano: “La febbre spagnola. Vogliamo parlarne, di questa forma nuovissima di malattia piovuta anche in Italia da non si sa dove? Ma parlarne, intendiamoci, non per allarmare né illudere”. A quest’ultima affermazione aderiamo anche noi, convinti che sia utile informare senza diffondere il panico. Tutti oramai abbiamo capito che, anche nel caso dell’influenza, la guerra dobbiamo farla noi donne e uomini, insieme contro il virus e in difesa della vita.

 

 

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