Ognuno dice la sua, come sempre. In occasione della Biennale d’Arte che si svolge a Venezia nelle cornici dei Giardini e dell’Arsenale fino a domenica 24  novembre, le critiche non sono mancate.

La Biennale è come il Festival di Sanremo: ad alcuni pare un evento per pochi privilegiati esperti d’arte, a molti piace. Lo dicono i numeri e le code sempre più lunghe ai botteghini. Vi si incontrano pure famigliole con bambini e questi si divertono!

Una mostra ricca quella 2019 che ha anche un titolo originale: May You Live In Interesting Times= che tu possa vivere in tempi interessanti!

Sono 79 i partecipanti da tutto il mondo, di cui 4 presenti per la prima volta a Venezia. Il presidente da 20 anni Paolo Baratta ne va fiero e il curatore, Ralph Rugoff, la definisce “playful” giocosa e divertente. Sinora le due sedi istituzionali erano intese come l’una il proseguimento dell’altra in un unico percorso ideale; in questa edizione invece costituiscono un doppio approfondimento sulla produzione di ognuno degli artisti selezionati. Due percorsi in dialogo, visto anche che non è suggerita una narrazione complessiva né una tematica generale che li accomuni.

E’ vero che viene dato spazio a molte espressioni d’arte: ci sono molti video, molte proiezioni e fotografie. Ci sono temi che riguardano la politica, la poetica, l’etica e l’estetica: tutti sono accontentati in questa mostra che stupisce e che riserva anche sorprese divertenti e momenti di ilarità. Ma il tema qual è? Si chiedono molti prima e dopo la visita. In effetti più di un tema si tratta di un approccio, di un punto di vista nuovo.


Vi si trova un po’ di tutto: dalla denuncia, come al Padiglione dei Paesi Nordici che intervengono invece sul tema dei cambiamenti climatici, con una poetica tipica dei paesi scandinavi all’aereo privato ridotto a brandelli Ci sono i manichini che ti preparano un uovo alla coque nell’istallazione “ Mondo cane”  di Jos de Gruyter & Harald Thys: si tratta di una rappresentazione di un mondo orribile, popolato da pazzi, criminali, assassini, individui alienati, spie, visioni di morte, streghe.

Ci sono anche vestiti di scena (quelli di Ed Atkins al Padiglione Centrale dell’Arsenale), cancelli che sbattono (Shilpa Gupta, India) e fanno crollare muri. Robot che raccolgono litri di sangue in una gabbia di vetro (Sun Yuan & Peng Yu, Can’t Help Myself), pneumatici giganti stretti in catene (Arthur Jafa, USA), sacchetti della spazzatura (Andreas lolis, Albania), una mucca pezzata che scorre su binari intorno ad un albero dal titolo Do real things happen in moments of rationality? (Nabuqi, Repubblica Popolare Cinese); crisalidi pendenti Biologizing the Machine, tentacular trouble (Anicka Yi, Corea).

Il padiglione della Russia (Giardini) è un grande omaggio a Rembrandt e al suo Ritorno del figliol prodigo (evocato dal titolo che rimanda al passo del Vangelo di Luca in cui Gesù racconta la parabola): affascina e inquieta.

Eppure il direttore nel presentarla lo scorso maggio ha detto ai giornalisti: “Cosa sarebbe la vita senza gioco? Sarebbe terribilmente noiosa!”. Ne siamo convinti, ma si rischia di uscire dalla Biennale con un sentimento contrastante e non sappiamo se sorridere o indignarci.

Un padiglione interessante (Giardini) è quello della Francia che presenta a Venezia l’opera d’arte totale di Laure Prouvost. L’artista si muove sullo sfondo della società liquida nella quale viviamo e che viene evocata in apertura di percorso con un’installazione che ricrea un finto mare in cui nuotano pesci di ogni genere, ma nel quale si muovono anche detriti e rifiuti prodotti dal consumismo. Il messaggio lanciato dall’artista sembra comunque positivo, perché viene proposta una via di fuga che poggia su valori come la semplicità, l’amicizia, la scoperta, le connessioni con gli altri.  Il titolo? Deep see blue surrounding you / Vois ce bleu profond te fondre.

Ma attenzione a non confondere l’arte con la realtà: ad esempio troviamo la Barca Nostra (vero relitto del naufragio del 18 aprile 2015) installazione diChristoph Büchel, La possiamo ammirare prendendoci una delle numerose pause caffè all’Arsenale.

 

 

 

 

 

 

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