MASSIMO RIGHETTO, QUANDO LA CORTESIA DIVENTA UN MODO DI ESSERE

MASSIMO RIGHETTO, QUANDO LA CORTESIA DIVENTA UN MODO DI ESSERE

Il ricordo di un protagonista della radio e della televisione veneta. Per me, prima un Direttore e poi, soprattutto, un amico.

Ci sono persone che ricordiamo attraverso ciò che hanno fatto. Altre continuano a vivere nella nostra memoria soprattutto per come sono state.

Massimo Righetto appartiene a entrambe queste storie.

La prima è quella pubblica. Quella del giornalista, dell’editore, dello speaker, del conduttore e dell’imprenditore che ha attraversato quasi mezzo secolo di radio e televisione.

La seconda è più silenziosa.

È fatta di rapporti umani, di incontri, di disponibilità, di parole dette quando i microfoni sono spenti e le telecamere non stanno registrando.

Ed è racchiusa in una parola che oggi, mentre provo a ricordarlo, continua a tornarmi alla mente.

Cortesia.

Massimo Righetto se n’è andato improvvisamente nella notte.

La notizia ha cominciato rapidamente a correre proprio attraverso quel mondo dell’informazione che per tanti anni era stato casa sua.

E mentre leggo le parole che raccontano la sua scomparsa, inevitabilmente torno indietro nel tempo.

Perché Massimo è stato anche il mio Direttore.

Oggi il mio percorso professionale mi ha portato altrove, in un’altra televisione. Ma le stagioni lavorative possono finire senza necessariamente portarsi via le persone che abbiamo incontrato.

E Massimo, con il tempo, era diventato soprattutto un amico.

UNA VITA TRA RADIO, MICROFONI E TELECAMERE

La sua è una storia che comincia quando fare radio significava davvero inventarla.

Nel 1974 arriva Radio SilverFox. Poi Radio Centrale, Radio Italia Uno e, negli anni, esperienze come Radio Gemini, Radio Cafè e Stereocittà, fino alla televisione con CafèTV24 e FriuliTV24.

È una lunga avventura professionale vissuta dentro un mondo che cambia continuamente.

Dalle radio libere alle televisioni private. Dalle frequenze analogiche alla rivoluzione digitale. Dai microfoni alle telecamere, passando attraverso trasformazioni tecnologiche e culturali che hanno modificato profondamente il nostro modo di comunicare.

Massimo attraversa quelle stagioni continuando a fare ciò che evidentemente aveva scelto molto presto nella vita: raccontare e permettere agli altri di raccontare.

Giornalista, editore, speaker, conduttore, imprenditore e Cavaliere della Repubblica: il suo curriculum racconta una parte significativa della storia dell’emittenza privata del nostro territorio.

Eppure oggi, davanti alla sua scomparsa, mi accorgo che i titoli professionali raccontano soltanto una parte dell’uomo.

Perché quando qualcuno se ne va, la memoria utilizza una misura tutta sua.

QUELLA CORTESIA CHE NON SI IMPARA DAVANTI A UNA TELECAMERA

Quando perdiamo qualcuno che abbiamo conosciuto davvero, i ricordi non seguono necessariamente l’ordine degli avvenimenti.

Non cercano le grandi occasioni.

Si fermano sui particolari.

Una voce.

Una telefonata.

Un sorriso.

Una conversazione.

Il modo di accoglierti entrando in uno studio.

Ed è proprio lì che ritrovo Massimo.

Ricordo il suo modo di rapportarsi alle persone. Il garbo, la disponibilità, la capacità di ascoltare e di confrontarsi.

La cortesia.

Una parola apparentemente semplice che, con il passare degli anni, ho imparato a considerare sempre meno scontata.

Massimo poteva essere il Direttore senza avere continuamente bisogno di ricordarti che lo fosse.

E questa è probabilmente una delle caratteristiche che maggiormente mi sono rimaste di lui.

Perché dirigere significa certamente decidere, assumersi responsabilità, indicare una strada, scegliere una linea editoriale.

Ma esiste anche un’altra forma di autorevolezza.

È molto più difficile da conquistare perché non viene assegnata da una qualifica scritta su un biglietto da visita.

Nasce dal rispetto.

E il rispetto, a differenza di una carica, non si può imporre.

QUANDO UN DIRETTORE DIVENTA UN AMICO

Le nostre strade professionali, a un certo punto, si sono separate.

La vita è anche questo.

Cambiano gli studi televisivi, cambiano i programmi, arrivano nuove esperienze e nuovi compagni di viaggio.

Io ho continuato il mio percorso altrove.

Ma ci sono rapporti che sopravvivono alla fine di una collaborazione professionale.

Massimo è stato il mio Direttore.

Poi è rimasto semplicemente Massimo.

Ed è forse questo il ricordo che oggi custodisco più gelosamente.

Perché un Direttore appartiene a una stagione professionale. Un amico continua ad appartenere alla nostra storia.

Oggi penso alle tante persone che sono passate attraverso le sue emittenti. Ai giornalisti, ai tecnici, ai collaboratori, alle voci alle quali ha consegnato un microfono, alle persone alle quali ha dato uno spazio e, qualche volta, un’opportunità.

Ognuno conserverà probabilmente un Massimo diverso.

Io conserverò quello della cortesia.

Quello delle parole pronunciate lontano dalle telecamere.

Quello capace di ascoltare.

Quello che non aveva bisogno che si accendesse una luce rossa sopra una telecamera per essere una persona autentica.

QUANDO IL DONO DIVENTA VITA

Poi arriva una notizia davanti alla quale, personalmente, non riesco a rimanere soltanto giornalista.

La famiglia di Massimo ha acconsentito alla donazione degli organi.

Per qualcuno può essere una frase letta velocemente nelle ultime righe di una notizia.

Per me, oggi, quelle parole hanno un significato profondamente diverso.

Perché da poco ho ricevuto la cornea di un donatore.

Non conosco il suo volto.

Non conosco la sua voce.

Non conosco la sua storia, ciò che amava, i suoi sogni o le persone che ha lasciato.

Eppure porto con me qualcosa di lui.

Grazie alla scelta di qualcuno che non potrò mai ringraziare personalmente, oggi posso comprendere sulla mia pelle che cosa significhi ricevere un dono così grande.

Per questo, quando apprendo della decisione della famiglia di Massimo, mi fermo.

E penso.

Penso che da qualche parte ci saranno persone che forse non sapranno mai davvero chi fosse Massimo Righetto.

Non conosceranno la sua storia nelle radio libere.

Non avranno mai ascoltato la sua voce.

Non saranno mai entrate nei suoi studi televisivi.

Eppure una parte di lui entrerà nella loro storia.

Io oggi so cosa significa ricevere.

So cosa significa comprendere che dietro una possibilità ritrovata c’è stato qualcuno che, nel momento più doloroso, ha saputo dire sì alla vita di un’altra persona.

Ed è forse proprio per questo che la scelta compiuta dalla famiglia di Massimo mi emoziona così profondamente.

Perché mentre saluto un amico, porto dentro di me il segno concreto della generosità di un altro essere umano.

Due storie che non si conoscono.

Due vite lontane.

Eppure unite da una delle parole più belle che possiamo pronunciare:

dono.

C’è qualcosa di straordinariamente potente in tutto questo.

La vita che, proprio quando sembra interrompersi, trova un modo per continuare il proprio viaggio.

Massimo ha trascorso una vita dando voce alle persone, concedendo spazi, creando occasioni, permettendo a tante storie di essere raccontate.

Ora il suo ultimo viaggio lascia qualcosa di infinitamente più grande.

Una possibilità.

Un domani.

Forse, semplicemente, un nuovo mattino da vedere.

CIAO MASSIMO

Per mestiere raccontiamo continuamente storie.

Entriamo nei ristoranti, nelle piazze, nelle aziende, nelle case. Accendiamo microfoni e telecamere. Incontriamo persone e cerchiamo di raccogliere qualcosa delle loro vite per consegnarlo a chi ci ascolta o ci legge.

Poi, qualche volta, ci accorgiamo che alcune delle storie più importanti le abbiamo vissute senza sapere che un giorno avremmo dovuto raccontarle.

Quella con Massimo, per me, è una di queste.

Oggi non voglio ricordare soltanto un protagonista della radio e della televisione veneta.

Voglio ricordare l’uomo che stava dietro il microfono.

Un uomo capace di essere autorevole senza rinunciare al garbo.

Il Direttore che ho conosciuto.

L’amico che è rimasto.

In televisione arriva sempre un momento nel quale una trasmissione deve finire.

La sigla parte.

Le telecamere si fermano.

E quella piccola luce rossa che per tutto il tempo ci ha ricordato che eravamo in onda, alla fine, si spegne.

Questa volta si è spenta troppo presto.

Ma ci sono luci che non hanno bisogno di corrente, di uno studio televisivo o di un interruttore per continuare a rimanere accese.

Sono quelle della memoria.

E allora oggi non voglio dire addio.

Preferisco dire semplicemente:

grazie, Massimo.

Grazie per quello che hai costruito.

Grazie per le opportunità che hai saputo offrire.

Grazie per il tratto di strada professionale che abbiamo percorso insieme.

Ma soprattutto grazie per quella tua cortesia che forse occuperà poche righe nelle biografie, ma molto più spazio nel ricordo delle persone che hanno avuto la fortuna di incontrarti.

Buon viaggio, Massimo.

Questa volta il microfono si spegne.

Il ricordo, no.

Michele Pigozzo