In Veneto tra le dimore patrizie edificate da Palladio, genio della scienza del costruire e dell’abitare, modello insuperato per l’architettura di tutto il pianeta, Villa Thiene (1542) Patrimonio Unesco, riveste un ruolo davvero singolare. A renderla unica non è solo il restauro eseguito col massimo rispetto della progettazione originaria, ma l’essere parte attiva del territorio, della vita e delle dinamiche di crescita culturale dell’intera comunità.

È sede municipale del Comune di Quinto Vicentino e anche nicchia espositiva in quanto le soffitte sono state da gran tempo destinate a iniziative d’arte che siano altamente qualitative.
Attualmente e fino al 2 giugno ne è protagonista Marcello Iovino con le sue “ Fabulae Vesuvianae” affidate alla curatela di Maria Lucia Ferraguti.
La mostra (orario di apertura 10-12.30; 15.30-18.30 ingresso libero) è un viaggio visivo e tattile che rilegge il mito e celebra la potenza narrativa della terra all’ombra del Vesuvio attraverso un linguaggio pittorico molto contemporaneo. La particolarità del suo produrre risiede in una tecnica che ricorre ad alchimie materiche straordinarie con stratificazioni e impasti finalizzati a creare effetti di giacenze magmatiche fatte emergere per offrire l’opportunità di un’esperienza sia sensoriale che visiva. “Le mie fabulae” spiega l’artista “sono frammenti di un racconto che la terra vesuviana custodisce, capace di far dialogare passato e presente. Ho voluto che il colore avesse lo spessore della storia e la rugosità della pietra lavica per restituire a chi guarda la forza fisica del territorio vesuviano in chiave pop”. Chiaro che la mostra non è da perdere!







“Accogliere a Villa Thiene questa mostra” ha osservato Eva Gelosi assessora alla Cultura del Comune di Quinto Vicentino patrocinatore dell’evento “significa mettere in dialogo il linguaggio dell’arte contemporanea con il valore storico e architettonico di Villa Thiene”. Un contesto che con molta veridicità propone una riflessione su valori e radici della nostra terra e nel contempo sul tema della identità Partenopea attraverso immagini che richiamano i simboli di trasformazione ma anche di continuità culturale. ”Il legame con Napoli” ha ricordato ancora l’Assessore “trova inoltre una significativa testimonianza all’interno della Villa stessa in una delle sale affrescate. Il pittore scledense Giovanni De Mio raffigura sullo sfondo il Golfo di Napoli. Immagine riconducibile all’esperienza del Grand Tour e testimonianza storica di un dialogo culturale tra territori diversi, idealmente rinnovato attraverso questa esposizione”.
Ne deriva che sostare tra queste auliche volte di un Veneto felice e lasciarsi sedurre da questi quadri evocativi della bella e nobile capitale campana è gratificante. Affascina questo richiamare riti e figure archetipe, simboli di fragilità e forza, con sagome di ascendenza Pop alla maniera degli omini di Keith Haring ma che nulla tolgono alla loro domestica riconoscibilità. Tra i dipinti in cui compare l’elemento plastico del cornetto, emblema della scaramanzia napoletana, il potente scudo contro il malocchio che fonde sacro e profano in un rito millenario, spicca la rappresentazione di un “cornicello” mentre nella sua categorica forma ricurva vibrante nel suo colore rosso è colto nella fumata vesuviana.
Illuminante la didascalia ad inizio di percorso: “queste opere custodiscono i simboli di Napoli: il fuoco, il sangue, l’anima, il cuore. La materia diventa reliquia contemporanea di una città che continua a rinascere dalla propria cenere.” Marcello Iovino di Casera(Casaluce) è ingegnere dedito ad un’arte specchio della sua amata terra.
Articolo a cura di Marica Rossi









